Tag Archive Coaching

ByPierluigi Campo

Allenare il mindset dinamico: come le nostre credenze plasmano il cervello

Nell’articolo precedente abbiamo introdotto il concetto di plasticità trasformativa ovvero la capacità del nostro cervello di modificarsi ed evolvere attraverso l’esperienza. Come è possibile allenare questa straordinaria capacità?

La psicologa Carol Dweck, ha studiato le credenze, gli schemi concettuali attraverso i quali interpretiamo noi stessi e il mondo ed ha dimostrato che queste credenze si possono ricondurre a due principali “mindset” o mentalità, che determinano il nostro rapporto con le sfide, lo sforzo e il fallimento.

Comprendere la differenza tra questi due mindset è il primo passo per diventare artefici consapevoli della nostra crescita, sfruttando la neuroplasticità a nostro vantaggio.

Il mindset statico: la gabbia della mente

Chi possiede un mindset statico (fixed mindset) crede che le proprie qualità fondamentali, come l’intelligenza o il talento, siano tratti innati e immutabili. Questa visione genera una serie di conseguenze:

  • bisogno di dimostrare il proprio valore, di apparire competenti. La persona tende a perseguire obiettivi di prestazione (performance goals) al fine di ottenere una validazione dall’esterno;
  • lo sforzo è percepito negativamente: se si è veramente dotati, il successo dovrebbe arrivare senza fatica e faticare è interpretato come un segno di scarsa abilità;
  • Il fallimento assume un significato catastrofico: non è un evento da cui imparare, ma una conferma della propria inadeguatezza, genera sensazione di impotenza e porta ad evitare le sfide future.

 Il mindset dinamico: verso la plasticità trasformativa

Al contrario, chi sviluppa un mindset dinamico (growth mindset) sa che le abilità possano essere sviluppate attraverso l’impegno, l’applicazione di strategie efficaci e il supporto degli altri. In questa prospettiva le conseguenze sono molto differenti:

  • l’intento principale è quello di imparare dalle esperienze e accrescere la propria competenza, non di ricevere validazione esterna, si sviluppano quindi gli obiettivi di apprendimento (learning goals);
  • lo sforzo è visto come il motore stesso dello sviluppo, indispensabile per attivare le proprie abilità e le competenze;
  • il fallimento perde la sua connotazione negativa e diventa un feedback costruttivo, una preziosa informazione che ci indica la necessità di provare nuove strategie e di essere perseveranti per migliorare.

Il potere delle parole

Le ricerche di Dweck hanno rivelato un meccanismo potente per modificare il mindset dinamico: l’utilizzo del linguaggio. Dweck distingue tra due tipi di lodi che possono alimentare il mindset statico o il mindset dinamico.

  • La lode alla persona (person praise), come “sono molto intelligente!”, rinforza un mindset statico perché lega il successo a una qualità innata. Se poi si incontra una difficoltà, la conclusione diventa “allora non ho abbastanza talento”, generando un crollo della motivazione.
  • La lode al processo (process praise), come “Ho lavorato sodo per questo”, “Ho provato diverse strategie”, “la mia perseveranza ha dato i suoi frutti”, sono espressioni efficaci per sviluppare un mindset dinamico. Questo tipo di dialogo interno fornisce le basi per il successo futuro: il risultato è stato ottenuto attraverso azioni che possiamo replicare e migliorare.

Come sviluppare il tuo mindset dinamico: 4 passi pratici

Passare da una mentalità statica a una dinamica è un allenamento, un’applicazione diretta della plasticità trasformativa. Ecco quattro esercizi pratici per iniziare subito.

  1. Riconosci la voce del tuo mindset statico. Il primo passo è la consapevolezza: durante la giornata osserva i tuoi pensieri. Quando affronti una sfida, un compito difficile, nota se emerge una la voce tipica del tuo mindset statico, p.es. “è troppo difficile, non ce la farò mai”, “se sbaglio farò una figuraccia”. Cerca di non giudicarla ma riconoscila dicendoti semplicemente “ecco la voce del mindset statico”; respira e crea uno spazio di consapevolezza che ti permette di non identificarti con questa voce.
  2. Loda il processo, non solo il risultato A fine giornata, o dopo aver completato un compito, prenditi un momento per rivedere il processo, non solo l’esito. Invece di focalizzarti solo sul “successo” o sul “fallimento”, chiediti:
  • “in cosa mi sono impegnato di più?”;
  • “quali strategie ho utilizzato?”;
  • “cosa ho imparato oggi? cosa ho imparato dagli errori?”.

Rinforzare lo sforzo e l’apprendimento, indipendentemente dal risultato, è un modo efficace per allenare il tuo cervello a valorizzare il percorso della crescita, applicando a te stesso il “process praise”.

  1. Inserisci una parola utile nel tuo mindset statico: ancora. Quando la voce del mindset statico ti dice ad esempio “non sono capace”, il primo passo è disinnescarla. Aggiungi una semplice parola: “non sono ancora capace”. Questo piccolo cambio è un micro-intervento di “pronto soccorso cognitivo”: non nega la difficoltà del momento, ma inserisce una discontinuità nella solidità della credenza e apre alla possibilità del cambiamento.
  2. Costruisci attivamente il nuovo percorso neurale. Invece di fermarti all'”ancora”, riformula l’intera credenza in modo costruttivo. Se la tua frase è “non sono capace”, trasforma il pensiero in una frase come: “con il tempo, l’impegno e la giusta strategia, posso diventare capace di farlo“. Utilizza frasi brevi, formulate al positivo che ti risuonino. Stiamo stimolando la plasticità trasformativa.

Conclusione: le tue credenze sono istruzioni per il tuo cervello

Le nostre credenze non sono pensieri neutri. Sono le istruzioni che diamo costantemente al nostro cervello, che, grazie alla sua neuroplasticità, lavora instancabilmente per trasformarle in realtà biologica. Coltivare un mindset dinamico significa dare al nostro cervello le istruzioni utili per crescere, imparare e adattarsi.

È importante sottolineare, tuttavia, che queste strategie cognitive e comportamentali, pur essendo estremamente efficaci, possono incontrare un limite. In alcuni casi, un mindset statico può essere radicato in resistenze emotive profonde, spesso come meccanismo di protezione inconscio. Quando questo accade, la sola comprensione intellettuale può non bastare, e potrebbe essere necessario un percorso che integri un lavoro più diretto e profondo per sbloccare il cambiamento.

Nel nostro prossimo articolo esploreremo la biochimica del cambiamento: vedremo come sostanze cerebrali benefiche come il BDNF e sostanze come il cortisolo possano accelerare o bloccare la nostra capacità di evolvere e come possiamo influenzarli con le nostre abitudini quotidiane.

ByPierluigi Campo

Il coaching secondo “The complete Handbook of Coaching”

Coaching – di cosa parliamo?

Dopo aver esaminato la definizione di coaching secondo la normativa UNI 11601:2015 nell’articolo a questo link, guardiamo ora al mondo anglosassone dove il coaching è nato. Nel rilevante testo “The complete Handbook of Coaching” di Tatiana Bachkirova, Elaine Cox and David Clutterbuck si trova questa definizione di coaching:

«Il coaching può essere visto come un processo di sviluppo dell’uomo che implica una interazione strutturata e focalizzata e l’uso di strategie, strumenti e tecniche appropriate per promuovere un cambiamento desiderabile e sostenibile per il beneficio del coachee e potenzialmente per altre persone interessate

Il primo punto su cui porre l’attenzione è la visione del coaching come un processo di sviluppo dell’uomo (del coachee in questo caso): non mira semplicemente a raggiungere degli obiettivi ma soddisfa il bisogno di crescita personale. Con ciò si vuole sottolineare l’importanza del percorso individuale; questo passo richiama la “teoria della ghianda” di James Hillman, il bisogno di risvegliare e realizzare il proprio daimon per vivere pienamente.

Il processo di sviluppo è facilitato dall’interazione con il coach che utilizza strategie, strumenti e tecniche per sostenere il coachee nel suo percorso. Il coach mette a disposizione il proprio bagaglio di esperienze (strategie, strumenti e tecniche) e soprattutto se stesso in interazione con il coachee. È ora assodato che la qualità dell’interazione ossia della relazione che si crea tra i due soggetti è un elemento fondamentale ed imprescindibile per il buon andamento del percorso.

Il processo avviato ha lo scopo di promuovere un cambiamento desiderabile e sostenibile, un cambiamento che porti beneficio. Il cambiamento può essere grande o piccolo, ad esempio: decidere che percorso di studi intraprendere, lasciare un lavoro, cambiare nazione, comprendere più profondamente la propria natura.  Tale cambiamento porta beneficio al coachee e alle altre persone interessate (stakeholders in inglese). In quest’ultima specificazione possiamo intendere che il benessere generato si riflette sull’ambiente circostante, sulle persone vicine. In un’ottica allagata apre il campo al business coaching dove si parla di stakeholders, persone interessate quali il datore di lavoro, il team, l’azienda stessa ed i suoi clienti.

In conclusione: la definizione italiana della UNI e questa ora descritta si integrano mettendo in luce aspetti diversi e complementari. Osserviamo il coaching da diverse angolazioni per apprezzarne le diverse prospettive e sfumature.

ByPierluigi Campo

Il coaching secondo UNI 11601:2015

Coaching – di cosa parliamo?

Cos’è il coaching? In questo articolo esaminiamo una prospettiva italiana, nell’articolo a questo link si trova una prospettiva proveniente dal mondo anglossassone.

La definizione riportata nella norma UNI 11601:2015 che definisce la terminologia e le caratteristiche del servizio di Coaching descrive così il coaching:

«Processo di partnership finalizzato al raggiungimento degli obiettivi definiti con il coachee e con l’eventuale committente e si basa su una relazione strutturata di reciproca fiducia.

L’agire professionale del coach facilita il coachee a migliorare le sue competenze mediante la valorizzazione e il potenziamento delle sue risorse»

In questa definizione si trovano parecchi spunti interessanti.

Innanzitutto si parla di partnership ovvero di un processo che va costruito insieme. Partiamo dal presupposto che il coachee (la persona che intraprende un percorso con un coach) è il massimo ed unico esperto della propria vita. Il coach è un alleato, un allenatore che si pone a fianco del coachee, non agisce al posto suo o suggerisce: aiuta a trovare le risposte ed i comportamenti più funzionali in una determinata situazione.

Il secondo importante elemento consiste nella definizione e nel raggiungimento degli obiettivi. Avere obiettivi è fondamentale per fare un buon lavoro. Come diceva Seneca, “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.

Gli obiettivi possono essere definiti anche con l’eventuale committente: con questa parola si include il processo di triangolazione quando il committente (ente, azienda…) propone un percorso di coaching ad un proprio collaboratore, ad esempio nel business coaching.

Fiducia: aspetto determinante nel processo di coaching. Se si crea un clima di fiducia il coachee è nella condizione migliore per mettersi in gioco e sviluppare le proprie potenzialità; il coach ha la competenza per favorire questo aspetto. Si tratta in ogni caso di una relazione in cui entrambi hanno la propria parte di responsabilità nel creare il clima di fiducia.

Mediante un processo così concepito il coachee può migliorare le proprie competenze. Non si parla di competenze tecniche ma di competenze trasversali quali consapevolezza, comunicazione, collaborazione, motivazione al cambiamento.

Allo stesso modo il coachee può valorizzare e potenziare le proprie risorse interiori come ad esempio fiducia, determinazione, coraggio, responsabilità, apertura.

Nell’articolo a questo link approfondiamo una definizione proveniente dal mondo anglosassone.

ByPierluigi Campo

Una visione psicosintetica delle organizzazioni

Una visione psicosintetica delle organizzazioni:

conferenza tenuta da Pierluigi Campo presso il Centro di Psicosintesi di Bolzano e Trento – Sede di Trento, il 21.10.21.

In questa occasione illustro una possibile lettura delle organizzazioni in chiave psicosintetica:

  • concetti base della psicosintesi
  • accostamento alla visione sistemica
  • grado di sovrapposizione persona-contesto
  • metodi per lo sviluppo organizzativo: l’approccio di coaching
  • integrazione personale e organizzativa: delineare l’Io organizzativo
  • modello GROW di Whitmore
  • l’atto di volontà in psicosintesi e l’obiettivo SMARTER: modernità della psicosintesi
  • il potere delle immagini: visualizzazione

ByPierluigi Campo

Coaching e tecniche immaginative

Il coaching ci permette di ri-trovare il nostro centro: non siamo più in balia di forze esterne che ci guidano e riprendiamo in mano il timone della nostra nave per puntare decisi verso i nostri obiettivi.

Ho usato un’immagine non a caso, una metafora. Metafora deriva dalla radice latina “portare oltre, trasportare”. I simboli e le immagini hanno infatti un profondo effetto su di noi: parlano alla nostra parte più vera, oltrepassando le barriere cognitive. Pensiamo alla pubblicità: attraverso immagini cariche di contenuti suggestivi ed emotivi, i messaggi si insinuano profondamente dentro di noi e quasi inconsapevolmente ci troviamo nel carrello della spesa un prodotto che mai avremmo immaginato di comprare. Sentire, vivere emotivamente una situazione anche immaginata porta a modificazioni fisiologiche e quindi di comportamento. Il pensiero prepara all’azione: se non abbiamo un’immagine di ciò che vogliamo raggiungere, non lo raggiungeremo. Possiamo utilizzare questi meccanismi a nostro vantaggio per cambiare i nostri pensieri negativi e le nostre convinzioni limitanti (p.es. “non ce la farò mai” può diventare: “non sono sicuro di essere capace di farlo ma penso di poter imparare con il tempo e l’impegno”).

Come diceva Henry Ford:

Che tu pensi di farcela o di non farcela, avrai sicuramente ragione!

Abbiamo quindi la capacità di riprogrammare i nostri canali neuronali attraverso la ripetizione e l’esercizio.

Ecco un altro spunto. Se desideriamo acquisire, sviluppare, ritrovare una nuova qualità come ad esempio l’allegria, possiamo creare dei biglietti con scritto “allegria” in diverse forme e colori, trovare immagini che la richiamino e metterli in diversi punti dei nostri luoghi abituali (casa, macchina, ufficio…): dopo qualche tempo non li vedremo più consciamente ma la nostra mente continuerà a registrarli polarizzandosi sulla qualità desiderata..

Un ulteriore sviluppo consiste nell’utilizzo di immagini opportunamente create per evocare stati d’animo o qualità che si vogliono conseguire o rinforzare.

Qui puoi ascoltare “L’albero”, un breve percorso immaginativo che aiuta a connettersi al proprio centro e a consolidare la propria sicurezza e solidità. Per l’ascolto ti consiglio di ritagliarti uno spazio nella giornata in cui puoi stare con te stesso senza essere disturbato e puoi chiudere gli occhi. Buon viaggio!

L’immaginazione è più importante della conoscenza – Albert Einstein

L’utilizzo di questa tecnica è finalizzato al raggiungimento di uno stato di benessere ed equilibrio interiore; non costituisce una terapia medica e non sostituisce i trattamenti medici di tipo tradizionale sia fisici che psicologici.

ByPierluigi Campo

Scocca la freccia: obiettivo centrato!

Due chiacchiere con Giampiero Girardi, Direttore dell’Ufficio Servizio civileAgenzia per la famiglia, la natalità e le politiche giovanili della Provincia Autonoma di Trento, nell’ambito della formazione proposta ai giovani.

________________________________________________________________________________________________

Un nuovo modulo viene proposto all’interno della formazione generale. Si tratta di una proposta di Pierluigi Campo, da tempo impegnato come formatore nel servizio civile. Gli abbiamo fatto qualche domanda su questa novità.

Come si intitola il modulo e cosa propone?
Il titolo è “Scocca la freccia: obiettivo centrato!” e lavora sulla costruzione e la realizzazione degli obiettivi. Si terrà per la prima volta il 28 giugno prossimo (2018).

Perché hai avanzato questa proposta da aggiungere ai moduli di formazione generale?
Perché gli obiettivi che tutti ci diamo sono il motore della nostra esistenza. E’ importante chiarirli, comprenderli meglio, decodificarli. Esistono delle metodologie che aiutano a fare questo.

Cosa sono gli obiettivi? Come dobbiamo intendere questa parola di uso comune?
Tutto quello che vogliamo raggiungere è un obiettivo. Ad esempio il trovare un lavoro, il cercare una relazione, il fare un viaggio. Per raggiungerli devo pianificare, percorrere delle tappe, costruire poco a poco il raggiungimento di ciò che mi sono proposto. Il modello per verificare che un obiettivo sia “ben formato” e quindi raggiungibile e che propongo si chiama “SMART”, acronimo che vuol dire: Specifico, Misurabile, Accordato, Raggiungibile, Tempificato. Se utilizzo questo metodo di valutazione ho un grande aiuto nel realizzare ciò che mi sono proposto.

Ci sono obiettivi anche più personali?
Certo! Ad esempio posso desiderare di essere più spigliato, meno irascibile, di rapportarmi meglio con una o più persone. In questo casi è necessario definire molto bene cosa esattamente voglio raggiungere.

Ci sono dei prerequisiti da rispettare per raggiungere un obiettivo?
Il motore che ci spinge verso il raggiungimento di un obiettivo è la motivazione, che può essere interna o esterna. Va compresa bene, perché è alla base delle mie scelte. Nella motivazione troviamo la chiave per capire se potremo raggiungere l’obiettivo. Faccio un esempio: nella mia famiglia sono tutti avvocati, l’idea che lo diventi anch’io è una mia scelta libera o deriva dal condizionamento familiare? Capire questo fa una differenza enorme.

Quali altri passaggi vanno rispettati?
Il primo è quello di saper identificare gli ostacoli (dentro e fuori di noi) e chiedermi: come posso agire su me stesso e come posso affrontare le circostanze esterne?

Poi cosa bisogna fare?
È importante la pianificazione: che mi aiuta a capire quali sono i passi da compiere per arrivare alla meta prefissata.

Un’altra attenzione da avere?
Cercare soluzioni creative per generare nuovi punti di vista e soluzioni alternative; questo processo stimola e attiva facoltà potenziali ed attinge ad un grosso bacino di energia utile per il percorso.

Hai già realizzato questo modulo formativo?
Ho utilizzato queste metodologie nelle aziende lavorando sulla motivazione, sugli ostacoli ed utilizzando il modello SMART. Il feedback è sempre stato molto positivo.

Perché pensi possa interessare ai giovani in servizio civile?
Perché questo modulo permette di avere riscontri immediati e risultati concreti, anche di soddisfazione personale. C’è una spendibilità immediata, attraverso le tecniche e la metodologia che propongo.

Fai uno spot promozionale per il tuo modulo.
Prendo a prestito una frase pronunciata da Walt Disney, manager americano famoso per i fumetti e i cartoni animati: “La differenza tra un desiderio e un obiettivo è una data”.
Partecipando al modulo si potrà capire a fondo il senso di questa frase.

Ringrazio Pierluigi Campo e gli auguro buon lavoro!                                            (g.g.)

ByPierluigi Campo

Maria Maddalena – impressioni

Il film Maria Maddalena (regia di Garth Davis – 2018) ha lasciato un segno importante dentro di me. Un film intenso sotto tanti punti di vista: sceneggiatura, fotografia, trama, sentimenti. In ogni scena emerge l’aspetto umano.

Si delinea la bellissima figura di Maria Maddalena, l’apostolo che comprende profondamente il messaggio di Gesù. E’ il femminile che comprende oltre le parole, oltre l’interpretazione letterale, il femminile che esce dalla realtà apparente, esce dallo schema e rende esplicito il messaggio occulto. Il femminile che usa l’intuizione e il cuore e con essi va oltre l’apparenza. Il femminile che si ribella alla cultura maschilista del tempo con la sua visione limitata.

Il maschile interpreta letteralmente il messaggio di Gesù: si prepara alla battaglia, alla conquista. Il Regno dei cieli arriverà dopo lo scontro, la liberazione dal nemico. Su questa visione si innesteranno le “guerre sante”. Come può una guerra essere santa?

Maria Maddalena rende esplicito il significato di lotta. E’ una lotta interiore con il “nemico” dentro di noi: il nostro piccolo io, la nostra meschinità, il nostro attaccamento, il nostro egoismo. Con le sue parole ci spinge ad andare oltre i nostri limiti, a cambiare i nostri pensieri e sviluppare le nostre potenzialità più elevate per migliorare noi stessi ed il mondo che ci circonda.

In una delle prime scene Gesù ascolta e pone domande: ecco l’ascolto attivo che cura e risana le ferite.

Gesù è anche un guaritore in senso “magico”: si stende vicino a Lazzaro, sussurra alcune parole e assorbe la sua malattia in uno stato di trance: medicina antica di cui abbiamo quasi perso le tracce.

Nella sua cieca devozione Giuda vuole accelerare il processo, vuole la salvezza per ricongiungersi ai suoi cari morti e tradisce Gesù per metterlo alla prova e spingerlo a portare ora in Terra il Regno dei cieli, a realizzare ora la profezia. Un gesto di disperazione e di estrema fiducia nella sua guida spirituale.

Mi colpisce l’umanità di Cristo con i suoi dubbi e le sue sofferenze attraverso le quali dimostra la sua grandezza, la sua capacità di coinvolgere la gente comunicando su ogni livello: cuore, mente, corpo e anima. E in ogni momento si esprime la chiarezza della sua missione, il suo obiettivo.

Un film di amore puro, di amore devozionale per lo sviluppo delle coscienze e per l’evoluzione dell’uomo.

Maria Maddalena: “Il mondo cambierà solo se cambiamo noi. Non resterò in silenzio.”

Chi vuole muovere il mondo prima muova se stesso. Socrate

Immagine da https://www.mymovies.it/film/2018/marymagdalene/