ByPierluigi Campo

Plasticità trasformativa e mindfulness per evolvere nel cambiamento

Come possiamo affrontare il flusso costante di sfide e opportunità che definisce le nostre vite e il nostro lavoro? In un mondo che ci chiede di adattarci a ritmi sempre più rapidi, la risposta non sta nel resistere, ma in una capacità più profonda, innata e talvolta perduta: la plasticità trasformativa. Resistere al cambiamento genera sofferenza.

La plasticità trasformativa è a disposizione di tutti, è un potenziale incluso nella biologia stessa del nostro cervello. È l’abilità, supportata dalle più recenti scoperte neuroscientifiche, di utilizzare le esperienze come elementi di un’evoluzione consapevole. È l’arte di diventare protagonisti della nostra crescita.

In questo articolo esploreremo cos’è la plasticità trasformativa, come funziona a livello cerebrale e come possiamo iniziare a coltivarla attivamente, unendo la comprensione scientifica ad un approccio profondamente umano ed empatico.

Nati per adattarci

Per decenni abbiamo pensato al cervello attraverso modelli semplificati come il modello di Paul McLean che nel 1962 introduce la teoria del “cervello trino” (triune brain) secondo la quale la sua evoluzione si basa sull’esistenza di tre sistemi indipendenti:

  • il tronco cerebrale, il cosiddetto cervello rettile, che presiede al movimento e alle funzioni vitali di base;
  • il sistema limbico tipico dei mammiferi, responsabile delle risposte emotive;
  • la neocorteccia, sede dell’elaborazione del pensiero e delle funzioni esecutive.

Secondo McLean questi sistemi si sono evoluti in sequenza e lavorano in maniera relativamente indipendente per fronteggiare lo stress generato da eventi percepiti difficilmente gestibili, attivando il sistema di risposta ad un pericolo “fight or flight” (combattimento e fuga), studiato da Walter Cannon.

Oggi le neuroscienze ci offrono una visione molto più affascinante e complessa: il nostro cervello non è unicamente “trino”, composto da parti indipendenti e altamente specializzate, ma è un sistema fortemente adattivo e interdipendente. Il nostro sistema nervoso è una rete dinamica che ha lo scopo primario di gestire gli eventi per garantire la nostra sopravvivenza e il nostro benessere. L’originario sistema “fight or flight” è stato analizzato sempre più precisamente: si possono ora distinguere diverse fasi di attivazione possibili in risposta ad un pericolo: freeze, flight, fight, tonic immobility, faint.

La neuroplasticità è la capacità del cervello di modificare la propria struttura e le proprie funzioni in risposta agli stimoli: è il meccanismo biologico di ogni apprendimento.

Si manifesta a livello funzionale attraverso la modifica dell’intensità di connessione delle sinapsi e a livello strutturale tramite la creazione o l’eliminazione di connessioni neuronali. Nell’adulto, questa capacità è più limitata rispetto all’età dello sviluppo quando la plasticità è massima, si esprime soprattutto con modifiche funzionali e cambiamenti strutturali localizzati.

La plasticità ha una valenza neutra: può essere adattiva e promuovere il benessere, o disadattiva (disfunzionale), radicando schemi disfunzionali tipici di disturbi come ansia e depressione. Il cambiamento non consiste quindi nel creare nuovi schemi, ma nel creare alternative e riattivare connessioni esistenti, rendendole più funzionali.  Tale capacità adattiva la definiamo “plasticità trasformativa“.

La plasticità dipende dall’esperienza, si può quindi intervenire fornendo stimoli specifici: pratiche come la mindfulness ad esempio generano una riorganizzazione neurale orientata al benessere.

Questa architettura è il fondamento biologico della plasticità trasformativa. Non siamo programmati per dare risposte fisse a stimoli predefiniti, ma per imparare, modificare le nostre mappe mentali e adattare il nostro comportamento. Siamo progettati per evolvere.

Come avviene questo processo nel momento in cui affrontiamo una difficoltà?

Il racconto delle due frecce e la doppia via di LeDoux

Immagina di essere colpito da una freccia. Questo evento inatteso, improvviso e doloroso è ciò che nel costrutto buddhista viene chiamato la “prima freccia”. È l’evento scatenante, la difficoltà: un progetto che fallisce improvvisamente, una critica inaspettata, una scadenza stressante, un dolore fisico. Sono in gran parte eventi inevitabili, fuori dal nostro controllo.

Nel momento in cui questa “prima freccia” ci colpisce, il nostro sistema psicofisico si attiva istantaneamente seguendo due percorsi paralleli, un concetto spiegato dal neuroscienziato Joseph LeDoux.

  1. La “via bassa” (via talamo-amigdala): è un percorso neurale, rapido e istintivo (durata 20-100 ms). L’amigdala, il nostro “rilevatore di minacce”, scatta e innesca una reazione emotiva e fisiologica immediata (ansia, rabbia, paura…) prima ancora che abbiamo compreso pienamente cosa stia succedendo. È una reazione di sopravvivenza, essenziale ma approssimativa.
  2. La “via alta” (o via talamo-corticale-amigdala): è un percorso più lungo e lento (durata 200-400 ms). L’informazione sensoriale arriva alla neocorteccia, la parte più evoluta del nostro cervello, che la analizza, le dà un contesto, la valuta logicamente, formula una risposta ponderata e la restituisce all’amigdala.

La “via bassa” è molto più veloce. La nostra reazione emotiva iniziale è spesso già iniziata prima che la nostra parte saggia e razionale possa dire la sua. Ed è qui che rischiamo di lanciare la “seconda freccia”.

La seconda freccia non arriva dall’esterno. La scagliamo noi stessi.

È la nostra reazione alla reazione. È il giudizio (“Sono un fallito“), la ruminazione mentale (“Se solo avessi fatto diversamente…“), la drammatizzazione (“Ora andrà tutto a rotoli“). Mentre la prima freccia causa un dolore inevitabile, la seconda freccia aggiunge sofferenza alla sofferenza.

Dalla reazione alla trasformazione: creare uno spazio di consapevolezza con la mindfulness

La plasticità trasformativa è la capacità di creare uno spazio di consapevolezza tra l’impatto della prima freccia e il lancio automatico della seconda.

Questo “spazio” non è vuoto, ma è il campo di lavoro della nostra coscienza. È qui che possiamo usare la nostra mente non per giudicare la reazione della via bassa, ma per osservarla con curiosità ed empatia. È qui che diamo tempo alla via alta di analizzare la situazione con lucidità e di scegliere la risposta più saggia ed efficace, invece di subire l’automatismo emotivo.

Questo spazio di consapevolezza può essere creato e allargato attraverso la pratica della mindfulness che contribuisce allo stesso tempo ad aumentare la plasticità cerebrale. Con la mindfulness non eliminiamo la prima freccia – la vita continuerà a sfidarci – ma diventiamo abili a non scagliare la seconda. Impariamo a sentire l’emozione senza esserne travolti, a osservare il pensiero senza identificarci con esso.

Diventare artefici della propria evoluzione

La plasticità trasformativa è un cambiamento di paradigma: passiamo dal vedere le difficoltà come ostacoli da abbattere, al vederle come informazioni preziose che il nostro cervello adattivo può usare per rimodellarsi, per creare nuove connessioni neurali e per generare nuovi e più efficaci modi di essere.

Non si tratta di essere forti o resilienti. Si tratta di imparare a stare nel flusso, di integrare le informazioni, di connettere corpo, mente e cuore. Si tratta di usare ogni esperienza come un possibile fattore di crescita ed evoluzione.

Iniziare a coltivare la propria plasticità trasformativa significa intraprendere un percorso per diventare artefici consapevoli della propria evoluzione, supportati dalle evidenze scientifiche e guidati dalla saggezza interiore.

About the author

Pierluigi Campo contributor

Utilizzo il coaching, il counseling e la mindfulness nella mia pratica professionale quotidiana, amo entrare in relazione con le persone sostenendole nello sviluppo dei propri talenti e potenzialità. Lavoro con singoli e organizzazioni nell'ottica dell'integrazione dei vari aspetti della vita. Francesca Valdini ed io abbiamo sviluppato un metodo per accompagnare coppie e famiglie nei momenti di cambiamento e per mantenere vive le relazioni.